Zoom Fatigue, il nuovo nemico

Si chiama Zoom Fatigue ed è la nuova sindrome esplosa durante i mesi di quarantena che rischiamo di portarci dietro per i mesi a venire.

Non c’entra nulla, in questo caso, il Covid-19 o perlomeno non è coinvolto in senso diretto: come suggerisce il nome la Zoom Fatigue è un disturbo legato all’uso (e talvolta abuso) della popolare app di videoconferenze Zoom che durante la quarantena ha permesso a milioni di persone di non interrompere completamente il proprio lavoro e rimanere in contatto con i propri cari. Zoom e tutti gli altri programmi dello stesso genere costringono la persona a ripensare completamente il proprio modo di lavorare e di rapportarsi agli altri: l’assenza di contatto fisico e di presenza è già un fattore che genera di per sé alienazione, oltre a questo alcune persone particolarmente “dipendenti” dai segnali di comunicazione non verbale potrebbero soffrirne particolarmente.

L’importanza della comunicazione paraverbale

Durante una conversazione in presenza, infatti, esistono tutta una serie di atteggiamenti del corpo (i movimenti degli occhi, la postura delle spalle, la gestualità delle mani, eccetera) che coadiuvando le parole pronunciate aiutano a comprendere meglio il contesto e a inserirsi nel discorso. Si tratta di quella che nei manuali di comunicazione viene detta comunicazione paraverbale, oggetto di studi e teorie e spesso “arma” commerciale e persuasiva tutt’altro che banale. Tutto questo, nel momento in cui ci troviamo di fronte a una webcam che ci costringe a guardare fisso in avanti e inquadra solo il nostro volto, si perde completamente. Aggiungiamoci poi le connettività non buone, che compromettono la qualità della trasmissione video generando buffering, rumore video e freeze e peggiorando ulteriormente la situazione. In videochiamata il contatto visivo attraverso la webcam è l’unico modo per mandare avanti la conversazione e questo contatto visivo fisso e prolungato può intimorire e mettere a disagio. Oltretutto, per comprendere il discorso è necessario concentrarsi esclusivamente sulle parole: facile a dirsi e meno a farsi, dal momento che non ci si può permettere neanche la minima distrazione, pena inficiare la comprensione di interi concetti. La presenza della galleria con l’immagine di tutti i presenti, poi, affatica la visione centrale del cervello costringendolo a un surplus di lavoro per identificare e posizionare correttamente i partecipanti nello spazio, con il risultato di rendere ancora più difficile la concentrazione su chi sta parlando. Difficoltà aumentata anche per l’oratore: non poter abbracciare con lo sguardo la platea implica maggiore difficoltà di coinvolgimento e quasi totale assenza di feedback da parte degli ascoltatori.

Qualcuno che però può trarre giovamento da questo nuovo modo di lavorare c’è e sono tipicamente coloro i quali soffrono di disturbi dello spettro autistico. Nonostante la presenza fisica di un interlocutore su cui concentrare l’attenzione li aiuti a non perdere il focus, può per loro essere traumatico trovarsi in una stanza affollata piena di gente che parla contemporaneamente: le riunioni online, dove si è obbligati per forza di cose a prendere la parola uno alla volta, possono risultare di sollievo.

Come mitigare gli effetti della Zoom Fatigue

Ci siamo ormai lasciati alle spalle il momento peggiore di questa pandemia e lentamente stiamo cercando di tornare alla normalità anche nel lavoro. Molti di noi sono nuovamente alle loro scrivanie, per altri, invece, il completo ripristino della routine è ancora lontano (pensiamo agli insegnanti, ad esempio). Lo smartworking è ancora e sarà per qualche tempo (in alcuni casi per sempre) un nostro compagno di viaggio. La Zoom Fatigue, se non si è ancora manifestata, potrebbe coglierci di sorpresa impreparati: come rimediare? Se sentiamo di essere particolarmente stanchi e provati, cerchiamo di ridurre il numero di ore passate in videoconferenza e/o i partecipanti alle stesse. Meglio due incontri brevi con due piccoli gruppi che una riunione fiume con collegate decine di persone. Ove possibile preferire gli incontri in presenza, sempre nel rispetto delle normative di distanziamento sociale che ormai ci sono familiari. Altrimenti c’è una tecnica adottata già nelle grandi multinazionali americane: dedicare una mezz’ora (o un’ora, dipende dal numero dei partecipanti) prima della riunione a pura chat di svago, ricreando un’atmosfera da “macchinetta del caffè” dove si chiacchiera del più e del meno prima di affrontare gli argomenti in calendario. Questo può aiutare anche i più diffidenti verso la webcam a sciogliersi un po’.

Per approfondire, vi lasciamo il link allo studio sulla Zoom Fatigue di National Geographic (in inglese):

https://www.nationalgeographic.com/science/2020/04/coronavirus-zoom-fatigue-is-taxing-the-brain-here-is-why-that-happens/