La rete profonda e oscura

Si fa un gran parlare da qualche anno a questa parte di “deep web e di “dark web”, spesso associando questi termini ad attività losche e criminose che vengono svolte o transitano su Internet. Non sempre, però, questa associazione corrisponde a verità.

Siamo un po’ tutti abituati a iniziare le nostre navigazioni Internet partendo dal motore di ricerca. A prescindere da quale sia il preferito, il funzionamento è sempre più o meno lo stesso: noi poniamo una domanda (sotto forma di chiave di ricerca) e il portale ci risponde esponendoci una serie di risultati che secondo lui possono essere afferenti a quanto stiamo cercando. Ma vi siete mai chiesti cosa c’è oltre quei risultati che il motore ci propone? Ovviamente, Internet non inizia e finisce in quei suggerimenti ma c’è molto, molto di più. Basti pensare che si calcola che Google, che è il motore di ricerca più potente e più usato, è in grado di indicizzare (e quindi rivelare) meno dell’un per cento di tutto il contenuto del web mondiale. Tutto quello che Google non vede, quindi, non è inesistente: è semplicemente invisibile, spesso intenzionalmente.

Il deep web

Per iniziare a capire la differenza tra web, deep web e dark web dobbiamo visualizzare un iceberg: la punta, quella che emerge dall’acqua e sappiamo essere la parte visibile ma di minore dimensione, è il normale web “in chiaro”, che tutti noi possiamo raggiungere con una connessione senza particolari requisiti e che interroghiamo attraverso i motori di ricerca. Si parla di pagine “indicizzate”.

Appena sotto il pelo dell’acqua c’è una parte di web che non si vede, il deep web: si tratta di siti molto spesso perfettamente legittimi ma che per le loro peculiarità di realizzazione e contenuto non vengono catturati dai motori di ricerca, si dicono quindi “non indicizzati”. Possono essere siti dinamici (il loro contenuto cambia ad ogni accesso), privati, solo ad uso interno aziendale, ad accesso ristretto. Ovviamente tra questi ci sono anche i siti il cui contenuto è considerato illegale e per questo escluso dai risultati di ricerca del motore. Basta però conoscerne l’indirizzo e questi siti sono normalmente accessibili, senza accorgimenti particolari. Tra i siti invisibili rientrano anche i siti nuovi: per poter essere trovato da Google, un sito nuovo impiega circa due-tre giorni dalla sua creazione. In questo frattempo, resta nel limbo del deep web.

Il deep web, in definitiva, è l’internet che sfugge a Google e soci per scelta o limitazione tecnica. Può voler dire che c’è qualcosa da nascondere, ma non necessariamente.

Il dark web

L’ultima parte dell’iceberg, la più estesa e la più inaccessibile perché si spinge nelle profondità di acque scure e gelide, è il dark web. I contenuti che viaggiano sul dark web, oltre a non essere indicizzati, non possono nemmeno essere raggiunti direttamente conoscendone gli indirizzi. Per potervi accedere è necessario passare attraverso dei programmi che fanno da “ponte” tra l’internet in chiaro e il dark web. Questi software “ripuliscono” i dati di connessione dell’utente di modo che quest’ultimo risulti totalmente anonimo. Non è mai possibile, infatti, tracciare e rintracciare il traffico che avviene nel dark web in quanto il totale anonimato è il primo presupposto per l’esistenza di questi luoghi. Attraverso questi ponti si accede a delle reti particolari dette darknet (la più famosa è Tor, ma ci sono anche Freenet e I2P) su cui si trovano i siti del dark web. Tor è conosciuta anche perché permette di navigare anche sul normale world wide web sempre senza rivelare alcun dato riguardo la propria connessione, rimanendo irrintracciabili.

Quando si parla di siti illegali è essenzialmente al dark web che ci si sta riferendo. È qui che avviene ogni tipo di compravendita (dalla droga, alle armi, fino ad arrivare ad esseri umani o organi), in maniera totalmente anonima pagando in bitcoin. Quando si parla di dark web si cita spesso l’emblematico caso SilkRoad. SilkRoad era un forum sul dark web in cui si poteva comprare veramente di tutto, tanto da essersi guadagnato il soprannome di “Amazon della droga”. La sua proprietà fu fatta risalire al nickname Dread Pirate Roberts e l’FBI arrestò la persona che si riteneva operasse dietro questo pseudonimo. Poco tempo dopo, Dread Pirate Roberts ricomparve, facendo pensare che le identità a capo di Silk Road fossero più di una. L’ultimo “pirata” fu identificato con Ross Ulbricht, un brillante studente universitario texano. In qualità di capo di SilkRoad, Ulbricht si era convinto di essere al di sopra della legge e di poter restare impunito. In più, sfruttava la sua popolarità per teorizzare un nuovo sistema economico e sociale più libero e privo di violenza e aggressività facendo proselitismo tra gli utenti. La sua identità però venne scoperta e alcuni degli stessi utenti iniziarono a ricattarlo minacciando di divulgarla. L’FBI riuscì ad arrestarlo quando provò ad assoldare dei killer per uccidere i suoi ricattatori, fu poi processato e condannato all’ergastolo.