La traduzione di “fail” è molto semplice: si tratta, letteralmente di un “fallimento”. Quando è particolarmente clamoroso, quasi epico, diventa un “epic fail”. Questo modo di dire è diventato particolarmente popolare nell’ultimo decennio per descrivere un’impresa annunciata in pompa magna e poi finita rovinosamente. L’espressione è anche stata inserita come neologismo all’interno della Treccani nel 2013. La storia della tecnologia è piena di epic fails, storie iniziate male e finite peggio oppure rivoluzioni che si sono rivelate nient’altro che bolle di sapone. In questo articolo ripercorriamo insieme cinque fallimenti tecnologici recenti e non, per ricordarci innanzitutto che anche i più grandi possono sbagliare e che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, anche quando ci sembra di aver pensato proprio a tutto.

Lo strano caso di Nokia e Ericsson

La storia di Nokia è antichissima, in quanto la celebre casa finlandese nasce nel 1865 sulle rive del fiume Nokianvirta. Si occupava inizialmente di cellulosa, poi passò a produrre stivali di gomma. Negli anni ’80 decise di concentrare gli sforzi sulla tecnologia e in particolare sulla telefonia cellulare. Gli ingegneri e gli sviluppatori erano decisi a portare la tecnologia nelle tasche di tutti e ci riuscirono negli anni ’90 partendo con il 1011, il primo cellulare GSM della storia uscito nel 1992. Per un decennio, Nokia ha regnato incontrastata: i suoi prodotti erano semplici da usare, durevoli, performanti e dal design avveniristico e accattivante. Impossibile non possedere un Nokia, i profitti volavano e le quotazioni in borsa erano stellari.

Idem per Ericsson, che da Stoccolma distribuiva in tutto il mondo cellulari dall’aspetto prestigioso ma dal costo accessibile. E poi? Poi, come spesso accade, le sorti si rovesciano e la fortuna volta le spalle. Nokia inizia a produrre modelli che vendono poco. A posteriori, si può dire che forse erano troppo avanti per l’epoca (siamo agli inizi degli anni 2000) perché si parlava già di internet, mappe, touch screen e sistema operativo proprietario (il mitico Symbian). Le ristrutturazioni societarie necessarie portano ad una serie di cause legali che inducono Nokia a vendere la divisione mobile a Microsoft, che su queste basi costruisce e lancia i suoi Windows Phone sotto marchio Microsoft Mobile. Ricordate i telefoni Lumia? Se ne avete uno, conservatelo perché potrebbe diventare un memorabilia. La divisione Microsoft Mobile ha cessato di esistere nel 2017. Fail al quadrato.

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Il Sony Ericsson T68i, forse un po’ troppo avanti per i suoi tempi

Ericsson invece iniziò ad accusare un calo di vendite già alla fine degli anni ’90. I modelli si assomigliavano troppo tra di loro e mancava un po’ di vera innovazione. Perciò nel 2001 si fuse con Sony diventando Sony Ericsson e lanciando il T68i, il cellulare che si vantava di essere “il più piccolo al mondo”. E la fotocamera? Avveniristica: era un modulo a parte che si agganciava sotto il telefono e mandava gli scatti via MMS. Ericsson è sparita dai radar nel 2011 quando Sony ha iniziato a produrre la serie Xperia dove compariva esclusivamente il marchio giapponese. Dei figli di Erik rimane solo il ricordo.

Dov’è il fail? Nella convinzione di credersi eterni e onnipotenti. Lo credevamo noi consumatori che mai avremmo smesso di comprare telefonini Nokia e Ericsson (e invece poi abbiamo smesso) e lo credevano soprattutto i board delle società.

Megaupload, fail collettivo

Nell’internet 1.0 gli utenti comunicavano soprattutto con chatrooms o forum/board tematici. Soprattutto in questi ultimi, sorgeva spesso la necessità di includere del materiale foto o video per supportare la discussione (o il topic, come si diceva allora), ma le connessioni erano ancora troppo lente e i siti spesso troppo primitivi per sopportare media di un certo peso. Come risolvere? Con Megaupload, un sito nato nel 2005 ad Hong Kong. Il servizio che offriva era semplice e utile: permetteva di caricare foto e video sui suoi server ottenendo un url cliccabile. Sui forum poi veniva postato solo questo url, anziché la foto o il video per intero, in modo che il sito non si appesantisse e la navigazione restasse agevole anche per chi aveva connessioni molto lente o dial-up. Lo stesso accadeva nelle chatrooms o nelle email, quando caricare un allegato implicava grossi tempi di attesa.

Il servizio poteva essere free (venivano visualizzate delle pubblicità, era necessario del tempo di attesa prima di accedere al contenuto, il numero di upload e download era limitato nell’arco della giornata) o premium, dove non c’erano limiti e i piani di pagamento potevano essere mensili o “a vita”.

Il celebre logo di Megaupload

Il tutto prese rapidamente una piega anche abbastanza prevedibile, se vogliamo. Gli utenti iniziarono a caricare contenuti protetti da copyright (soprattutto film) e a scambiarseli. Vista la quantità di contenuti video che possedeva, Megaupload generò Megavideo che permetteva la trasmissione in streaming. Il volume di traffico generato da Megaupload e tutta la galassia di siti collaterali che gli era nato intorno era talmente elevato da costituire il 4% di tutto il traffico internet mondiale. Troppo per non destare sospetti e infatti il 19 gennaio 2012 l’FBI emanò un ordine di chiusura per violazione di copyright e pirateria. In quel momento, tutti gli url si “spensero”, tutti i contenuti caricati sui server vennero persi e gli abbonamenti “a vita” suonarono come una beffa (mai restituiti, ovviamente).

In questo caso il fail non fu solo del sito, che agiva nella convinzione della totale impunità, ma anche degli utenti che pagarono per un servizio che era palesemente illegale e la cui chiusura era solo questione di tempo.

Microsoft Zune, da file audio a fail audio

Vi abbiamo parlato del Microsoft Zune quando abbiamo celebrato il suo “ispiratore”, ovvero il più celebre Ipod. Si trattava della risposta Microsoft al celeberrimo riproduttore di musica di Apple, un tentativo di Redmond di inserirsi all’interno di un mercato che sembrava molto promettente ma si rivelò molto settoriale e frammentato. Da una parte avevamo i lettori mp3 “usa e getta” da pochi euro, dall’altra il costoso e iconico oggetto di moda e design. Zune doveva collocarsi nel mezzo, ma fallì. Fu lanciato inizialmente solo in America in via sperimentale, ma i numeri di vendita furono così bassi che non uscì mai dai confini della madrepatria. Eppure aveva anche avuto dei buoni spunti, ovvero il wi fi e la possibilità di scambiare dati tra dispositivi simili anche prima che ci arrivasse Apple. Non bastò.

Fail non tanto per la storia in sè, ma perchè il nome “Zune” è diventato in slang americano sinonimo stesso di “fail”, eletto come simbolo dell’impresa ambiziosa andata male.

Google Glass, per (non) vedere il successo

I Google Glass dovevano essere un oggetto talmente rivoluzionario che se si guardava alle spalle vedeva il futuro. Si trattava di avveniristici occhiali “smart” a realtà aumentata, con bluetooth, a comando vocale e risposta audio a conduzione ossea. Dovevano servire per un uso totalmente hands free dello smartphone e la produzione doveva essere affidata a Luxottica. A parte il prezzo esagerato (1000 euro al lancio, nel 2014) sorsero subito dei dubbi sulla privacy e sulla gestione dei dati tanto che appena nel 2016 Google abbandonò il progetto per il mercato consumer. I G Glass sparirono dagli store e ogni loro riferimento sui social venne cancellato. Il prodotto, però, non è morto tout court: sopravvive usi business e militari, ha cambiato nome e gli è stato affidato un nuovo team di sviluppo.

Fail perchè puoi anche essere Google, ma pensarci su due volte non fa mai male.

Il Governo Italiano, digital per obbligo e non per vocazione

Il premio per il fail tecnologico più eclatante del 2020 va di diritto al Governo Italiano. Anzi, in questo caso sarebbe più corretto parlare di fails, al plurale, perché gli scivoloni sono stati più di uno. Forse il peggiore è stato in concomitanza con lo scoppio della pandemia, quando ci si è resi conto che un sistema di tracciamento degli spostamenti degli individui poteva aiutare a contenere il contagio. Del resto, ha funzionato in Cina (che ricordiamolo, è una dittatura), vuoi che non funzioni anche qui?

Via al lancio dell’app Immuni, di cui vi abbiamo parlato anche noi su questo blog. Partita in ritardo di circa un mese, in date diverse da regione a regione e con modalità di gestione mai chiarite, Immuni è stata un flop neanche troppo inaspettato. Ai dubbi iniziali sulla privacy (più teorici che reali) si sono sommate le evidenze di un’utilità nulla. Il sistema ha iniziato a saltare quando aggiornare l’app è diventato l’ultimo dei pensieri degli operatori delle AUSL completamente sommersi dall’emergenza. Il funzionamento che si basa sulla tempestività delle comunicazioni ha così iniziato a incrinarsi fino a naufragare. Per essere efficace, Immuni doveva essere attiva sul 70% della popolazione, a novembre 2020 ha invece totalizzato “appena” 10 milioni di download. Non è ovviamente possibile sapere in quanti l’hanno scaricata e poi disinstallata o disattivata.

In estate è la volta del bonus mobilità, un rimborso sull’acquisto di biciclette e monopattini elettrici da richiedere attraverso un portale. Partito anche questo con buoni tre mesi di ritardo, il giorno dell’esordio si è bloccato per il troppo traffico. Arriviamo al capolavoro del Natale, ovvero il cashback di Stato da attivare tramite l’app IO. Anche questo attivo ben dopo rispetto alle attese, ci ha impiegato quasi una settimana per andare a regime generando malcontento e perplessità.

Fail perchè chi nasce tondo non può morire quadrato. Alla nostra burocrazia non basta appiccicare l’etichetta “digital” per farla diventare improvvisamente veramente “smart”.