NFT, misteriosi ma non troppo

Da qualche settimana è esploso online l’interesse per gli NFT. Questo acronimo sta per Non Fungible Tokens (gettoni non fungibili) e sta rivoluzionando il mondo dell’arte e della creatività online così come lo conoscevamo finora. Grazie a questa invenzione è possibile stabilire la proprietà e l’autenticità delle opere digitali. Per scoprire tutto sugli NFT continuate a leggere!

Per avere chiaro cosa sono e a cosa servono gli NFT dobbiamo ripassare il concetto di blockchain. Ve lo ricordate? Ne avevamo parlato quando vi avevamo raccontato come funzionano i bitcoin. Una blockchain è una catena di certificati virtuali emessa da una serie di utenti che mettono a disposizione la potenza dei propri pc. Questi certificati, combinati tra loro, servono ad autenticare dati e transazioni in maniera autonoma, libera, aperta e condivisibile ma allo stesso tempo univoca e sicura.

Il principio delle blockchain è ciò che sta alla base dell’esistenza dei bitcoin: queste valute virtuali esistono nel momento in cui esistono degli utenti che contribuiscono sì a crearli, ma allo stesso tempo ne certificano il valore e l’autenticità. In quale altro ambito, oltre a quello economico e monetario, si possono applicare i concetti di “valore” e “autenticità”? Ovviamente nell’ambito dell’arte.

Un nuovo trend artistico

In sostanza, un NFT è una sorta di certificato di autenticità virtuale che assegna la proprietà di un’opera o un bene anch’essi virtuali. Viene generato da una blockchain e quindi proprio come un bitcoin è univoco e sicuro. Un NFT può essere pagato con criptovalute o con denaro reale. Il principio si può applicare a qualsiasi opera di ingegno: quadri, musica, libri, persino un meme. Ne sanno qualcosa Beeple e l’immancabile Banksy, innovatori da sempre.

Il primo ha realizzato Everydays, un collage digitale di sue opere create nell’arco di 5000 giorni. Christie’s ha battuto all’asta l’NFT di quest’opera realizzando la cifra record di 69,3 milioni di dollari, per la prima volta accettando il pagamento in criptovalute. Trattandosi di un’opera digitale, l’aggiudicatario non ne riceve una copia, ma un certificato NFT che ne attesta la proprietà.

mike-winkelmann-beeple-collage-NFt

Everydays di Mike Winklemann (noto come Beeple), venduto come NFT a quasi 70 milioni di dollari

Banksy invece ha filmato un uomo mascherato mentre brucia un suo disegno del 2006 e ha venduto la performance come NFT per 380.000 dollari. L’artista inglese è un pioniere in questo genere di cose, come vi avevamo già raccontato quando vi abbiamo svelato il suo originale modo di emettere i certificati “cartacei” per le sue opere all’asta.

Jack Dorsey, uno dei fondatori di Twitter (che pochi giorni fa ha compiuto 15 anni), ha venduto l’NFT del suo primo tweet. Poche parole, scritte per testare la piattaforma, che nel 2006 davano il via al fenomeno social dell’uccellino blu. La vendita ha fruttato quasi 3 milioni di dollari che Dorsey ha annunciato di voler destinare a scopi di beneficienza. Il caso del tweet spiega bene il concetto di NFT: uno status su un social è di proprietà intellettuale di chi lo scrive. Non ha una valenza fisica, sono parole scritte su un sito. Diventano segnanti (e acquistano valore), nel momento in cui simboleggiano qualcosa di importante, un evento storico, un momento particolare.

Ma come monetizzare questo valore? Emettendo un NFT, ovvero un certificato virtuale generato da una blockchain che attesta in maniera certa che quelle parole sono state scritte proprio da quella persona proprio in quel momento e proprio su quella piattaforma. Certo, il concetto per noi comuni mortali è forse un po’ troppo astratto, ma proviamo a pensare ai numeri che generano ogni giorno i “pensieri” delle varie personalità mondiali!  Neanche i meme sono stati esenti da questa monetizzazione estrema: uno dei più famosi della storia, Nyan Cat, ha visto il suo NFT emesso dal suo creatore acquistato per 600mila dollari. Il senso degli NFT è proprio questo, alla fine: come ha scritto il New York Times (che ha venduto un articolo per beneficienza, incassando più di 500mila dollari), si tratta della voglia di “possedere un pezzo di storia”.

Il rischio ambientale degli NFT

Accanto al nuovo exploit commerciale, la popolarità degli NFT si porta dietro una certa preoccupazione in tema di sfruttamento delle risorse ambientali. Il motivo è presto spiegato: per creare un NFT, come abbiamo detto, occorre una procedura di mining del tutto analoga a quella che serve per creare un bitcoin. Per generare un numero di stringhe tali da soddisfare la domanda, i miners sfruttano delle farm composte da interi capannoni pieni di pc che operano 24 ore su 24. Il fabbisogno energetico per alimentare questi pc e tenerli in efficienza è altissimo, tanto è vero che i miners si spostano in base alle tariffe per l’energia elettrica dei vari stati, posizionando le farm dove di volta in volta conviene di più (in Europa, le più grandi si trovano in Romania, Polonia e Ungheria).

Un’aumentata richiesta di NFT corrisponderebbe a un exploit energetico ancora maggiore. È stato calcolato che una singola transazione “costa” 35 KwH e “produce” 20 kg di CO2. Per avere un paragone, guardare Netflix per un’ora produce 36 grammi di CO2. Per cercare di arginare il problema, sono nati dei progetti come cryptoart.wtf che intendono rendere più etica la produzione di NFT.

 

nyan cat