Dai primi cellulari da macchina agli smartphone

C’è un oggetto che forse più di qualunque altro ha caratterizzato la nostra vita negli ultimi 25 anni. Parliamo ovviamente di quello che oggi è lo smartphone e ieri si chiamava telefono cellulare o telefonino. La storia di questo apparecchio è affascinante e, come molte altre che vi abbiamo già raccontato, vede l’Italia protagonista di tanti record. Pronti a una nuova puntata del nostro #TBT? Vi parliamo dei primi cellulari!

La tecnologia cellulare fu inventata nel 1979 in Giappone. È quello l’anno in cui comparve la prima rete, poi chiamata 1G (ovvero di prima generazione). Fu realizzata dalla NTT a Tokyo ed era totalmente analogica, come quelle che poi sorsero in altre parti del mondo. Usavano frequenze radio sopra i 150mhz e permettevano di poter usare solo la voce a un solo utente per volta per ogni banda di frequenza. Tuttavia, la prima chiamata con un cellulare è ancora antecedente, risale al 3 aprile 1973 e fu effettuata a New York con un Motorola DynaTac. Vi abbiamo raccontato la sua storia qui. I giapponesi non fecero altro che il primo passo verso la massificazione di una tecnologia che era ancora troppo poco conosciuta.

I primi cellulari in Italia, gli antefatti

La storia della diffusione dei cellulari in Italia si intreccia con un’altra che abbiamo già raccontato, ovvero quella del Teledrin. Il cercapersone e il cellulare condividono infatti lo stesso antenato, ovvero il radioavviso veicolare. Come vi abbiamo già raccontato nella scorsa puntata, si trattava di un sistema installato sulle autovetture che permetteva a chi si trovava all’interno di essere sempre raggiungibile ricevendo degli avvisi ogni qualvolta qualcuno lo stesse cercando (non trovandolo) sul telefono fisso.

Il radioavviso subì un’evoluzione dapprima nel Teledrin e poi in quella tecnologia che permetteva di ricevere ed effettuare telefonate in mobilità. Siamo a metà degli anni ’80 e le automobili di una certa categoria si accessoriano con un nuovo, ambitissimo optional: un telefono, spesso incassato nel bracciolo anteriore o nel cruscotto, che permetteva a manager di un certo livello o personalità politiche di non interrompere il lavoro neanche durante le trasferte.

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Un modello veicolare di Nokia, brandizzato Sip. Si intravede l’antennone.

Sia i cercapersone che i telefoni da auto funzionavano su rete 1G o come venne chiamata in Italia TACS (acronimo di Total Access Communication System). I modelli più evoluti si potevano staccare dall’auto e portare in giro, non senza aver asportato anche le enormi ed ingombranti batterie grandi come valigette o borselli, sottobraccio o addirittura a tracolla. Funzionavano? Molto poco. Come detto, la ricezione era scarsa e comunque possibile solo all’esterno degli edifici, bastavano pochi passi per rendere il segnale instabile e le interferenze erano frequentissime. Le auto che montavano il telefono a bordo si riconoscevano a colpo d’occhio, anche senza guardare all’interno: sul tetto avevano un inequivocabile, lunghissimo antennone impossibile da non notare.

Il Nokia Cityman, il Motorola Micro Tac e la rete TACS

Dalle auto alle tasche, il passo non fu brevissimo ma fu ovvio: la richiesta di comunicare in mobilità si faceva sempre più massiccia e un po’ tutti (dai fornitori della rete ai produttori di terminali) si stavano velocemente adeguando. Dopo essere stato per tanto tempo l’unico modello disponibile, il Motorola DynaTac deve cedere il passo. Siamo nel 1990 e la storia sta arrivando al suo punto di svolta. A marzo 1990 SIP presenta due modelli di telefoni cellulari “senza valigia” destinati al grande pubblico: il Nokia Cityman e il Motorola Micro Tac. Non per tutte le tasche (costavano circa 3 milioni di lire il primo e circa 4 il secondo, come dire 1500 e 2000 euro odierni).

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A sinistra il Nokia Cityman e a destra il Motorola Micro Tac

Pesavano circa mezzo chilo l’uno, avevano un’autonomia di un’ora in chiamata, ma finalmente potevano essere portati in giro. La batteria era ricaricabile e non si era più vincolati all’automobile o alla valigetta a tracolla. Il Micro Tac diventò immediatamente uno status symbol da vip: possederlo era roba da ricchi.

L’evento trainante che spinse la diffusione dello standard TACS in Italia e di conseguenza dei telefoni cellulari furono i mondiali di calcio del 1990. Ad aprile di quell’anno SIP attivò la prima rete a 900mhz lungo le assi autostradali Torino – Venezia e Milano – Napoli. Tutte le città toccate da questa immaginaria croce si trovarono quindi ad essere coperte. A maggio, il segnale arrivò in tutte le città che avrebbero ospitato una partita del Mondiale, per favorire i calciatori ma anche e soprattutto i giornalisti e tutti i professionisti che ruotavano intorno a questi grandi eventi. Il numero di abbonamenti crebbe in maniera esponenziale nonostante, lo ricordiamo, i costi fossero proibitivi per le tasche “normali”. Tra terminali, chiamate e tasse e imposte varie le bollette si misuravano tranquillamente in milioni di lire.

Questo non fermò gli italiani che da santi, poeti e navigatori si trasformarono improvvisamente in chiacchieroni: a fine 1991 gli abbonati al servizio cellulare erano 560.000, il tasso di crescita più alto in Europa. Al 1 gennaio 1994, con 1.200.000 abbonati, SIP era il primo gestore di telefonia mobile in Europa. Oltre ai costi, però, lo standard TACS aveva altri forti limiti. Come abbiamo detto, il numero di conversazioni contemporanee per cella era limitato. Erano poi facilissimi da clonare e da intercettare in quanto il segnale analogico non era cifrabile. Bastava una comune ricetrasmittente (in gergo “baracchino“) per ascoltare le telefonate di chi si trovava nei pressi.

In questa scena tratta dal film del 1992 Anni ’90 di Enrico Oldoini, Cesare Proietti (Christian De Sica) e Cleopatra Valentini (Nadia Rinaldi) sono protagonisti di una divertente interferenza telefonica in macchina per le strade di Milano. Questo era grosso modo quello che accadeva: mentre si era in conversazione, capitava improvvisamente di sentire altre voci ed era necessario che qualcuno riagganciasse per liberare la linea. Notare che De Sica usa il Cityman, mentre la Rinaldi ha un Micro Tac.

La sim ricaricabile

La vera chiave di volta di tutta la storia è però l’ennesimo parto del genio tricolore. Come già accaduto per le schede telefoniche, si deve a un italiano l’invenzione della sim card ricaricabile. Siamo nel 1994 e la mente è quella dell’ingegner Mauro Sentinelli, purtroppo scomparso nel 2020.

Sentinelli, membro del cda di quella Sip che stava per diventare Telecom, fu fondatore e poi presidente del comitato che inventò e promosse il 2G, ovvero lo standard GSM, acronimo di Global System for Mobile (Communications). La sim ricaricabile e il GSM insieme produssero un’autentica bomba che deflagrò nella vita delle famiglie italiane cambiandole per sempre. Grazie a politiche commerciali aggressive e fortunate, i cellulari videro prezzo e dimensioni dimezzarsi, fino a diventare degli oggetti improvvisamente abbordabili. È del 1996 il lancio dell’offerta Timmy, seguita quasi subito dalla Libero Ricaricabile di Omnitel (altra azienda italiana, nata dalla Olivetti di Carlo De Benedetti).

In quegli anni, bastavano circa 500 mila lire per un terminale (250 euro) e 100 mila lire per una sim ricaricabile (50 euro). Il fatto che un telefonino costasse meno di un motorino e più o meno quanto uno stereo, faceva sì che fosse il regalo più desiderato per gli adolescenti e i neo diciottenni. A questo si aggiunse il fatto che le madri del Belpaese, apprensive come vuole il più classico dei cliché, capirono presto che grazie al cellulare potevano controllare gli spostamenti dei figli ovunque essi fossero.

Il boom fu così repentino da vedere numeri da capogiro. Già nel 1999 il numero di utenze cellulari superò quello delle fisse e il telefonino entrò nel paniere Istat come indice di benessere. Nel 2000 il 65% delle famiglie italiane risultava possederne almeno uno. La sim ricaricabile consentiva di avere pieno controllo delle spese e comunque di ricevere anche senza credito. Una tale penetrazione dei cellulari consentì anche di superare un ancestrale digital divide: finalmente anche i luoghi isolati, le campagne, le isole, i paesini di montagna e tutti quei luoghi in cui il telefono fisso faticava ad arrivare poterono comunicare con il mondo.

Il dualismo TACS – GSM

Gli anni ’90 sono anche gli anni del dualismo tra le reti TACS e GSM. Il nuovo standard (di cui vi abbiamo parlato anche qui) presentava diversi vantaggi rispetto al “vecchio” TACS. Innanzitutto era digitale (migliore qualità della ricezione e delle chiamate, maggiore sicurezza e velocità) e soprattutto poteva funzionare anche all’estero grazie all’interoperabilità delle reti. A questo aggiungiamo un altro punto fondamentale, ovvero la possibilità di far viaggiare sulla rete GSM una serie di nuovi servizi accessori. Il più popolare furono gli SMS (di cui vi parleremo nelle prossime puntate). La rete GSM prese a diffondersi rapidamente, con le antenne installate una dopo l’altra in tutto il territorio italiano.

Esisteva anche il cell broadcast, o CB. Si trattava di un servizio veicolato dalla rete che forniva indicazioni utili all’utenza attraverso canali tematici identificati da codici numerici. Digitando il codice del canale desiderato, sul display comparivano delle stringhe di testo di lunghezza variabile per informazioni sul traffico, taxi, farmacie di turno, ospedali, meteo, eccetera. In Italia l’unico canale attivato fu il 050 che identificava la provincia. L’uso utile era per quegli utenti che avevano delle tariffe che discriminavano i costi su base geografica e quella indicazione poteva servire a capire quando si stava “sforando”.

Questo determinò un crollo delle vendite dei terminali TACS, il cui appeal entrò irrimediabilmente in crisi. Per tentare di reggere il colpo, la rete si evolvette in ETACS (la E sta per enhanced) a partire dal 1993: le frequenze aumentarono, permettendo più conversazioni simultanee, e vennero divise in sottocanali per tentare di diminuire (senza in verità riuscirci appieno) le interferenze. Il pubblico però voleva più flessibilità e la possibilità di poter fare più cose con il proprio telefonino. Dal momento che con la rete TACS si poteva solo chiamare e ricevere e solo in Italia, venne presto completamente soppiantata dal GSM, nonostante il segnale TACS fosse generalmente più stabile e si riuscisse a ricevere in posti più “difficili” (scantinati, in mezzo al mare, case con muri spessi).

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Il Telital Giotto e l’Ericsson EF738, le uniche due proposte Timmy in tecnologia ETACS con sim ricaricabile

La diffusione degli SMS diede poi il colpo di grazia a questi terminali: in extremis, Telecom si inventò un sistema tale per cui se un utente GSM inviava un SMS a un utente TACS quest’ultimo poteva, componendo un numero, ascoltare una voce che gli leggeva il messaggio. Prevedibilmente, un flop.

Gli italiani e i cellulari, oggetto di studio

La passione che travolse gli italiani per i cellulari divenne presto un caso di studio. Nessun’altra popolazione mondiale espresse delle cifre così consistenti in tema di tasso di crescita di utenze e di budget riservati all’acquisto dei telefoni. Nel 1998 l’Italia era nei primi 10 paesi al mondo per l’uso dei telefonini, i numeri competevano con quelli degli Stati Uniti. Una tale voracità tecnologica attirò l’attenzione della stampa estera, che scrisse che per gli italiani il telefonino era diventato un compagno così inseparabile perché si trattava di un popolo naturalmente propenso alla comunicazione (articolo del New York Times del 1999, in inglese).

Il futuro stava ormai correndo veloce e non poteva fermarsi. La rete ETACS era diventata obsoleta e tenerla in vita era diventato antieconomico. Per questo motivo TIM la spense il 31 dicembre 2005, quando comunque si stimava che ci fossero ancora circa 80mila utenze funzionanti. Per invogliare i clienti a passare al GSM furono lanciate offerte dedicate, con la possibilità di mantenere il proprio numero (i famosi 36X-XXXXXX, i primi e unici numeri mobili a 6 cifre).

Se avete in un cassetto un vecchio telefonino TACS e vi state chiedendo se potrebbe funzionare ancora….la risposta è no, quelle frequenze ora servono altri utilizzi. Funziona ancora invece la rete GSM, a tutt’oggi lo standard cellulare più usato nel mondo che sembra destinato a vivere ancora a lungo. Il motivo è che il 2G è normato da leggi, concessioni e contratti che vincolano l’esistenza della rete almeno fino al 2029 (qui un ottimo approfondimento di Agenda Digitale). I primi vecchi cellulari sono ormai degli oggetti da collezione, testimoni di un passato recente che sembra lontanissimo.

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i dati riportati in questo articolo sono tratti da Storia della comunicazione telefonica italiana di Danilo Tomassini, ed. Sandit 2014