Le emissioni inquinanti nascoste nella tech life di ogni giorno

La notizia ha scosso un po’ tutti: le bollette delle nostre utenze stanno per aumentare del 40% a causa delle emissioni inquinanti nell’atmosfera, necessarie per produrre energia. I costi di questa gestione stanno aumentando, questo vuol dire che pagheremo di più. Lo sapevate che anche la vita digitale inquina? Con piccoli accorgimenti possiamo fare molto, sia come produttori che come utenti finali.

Le notizie sullo stato di salute del nostro pianeta non sono confortanti. Se il 2020 aveva mostrato dati tutto sommato buoni (a causa dei lockdown che hanno coinvolto a più riprese tutto il mondo), nel 2021 il problema si è ripresentato in tutta la sua drammaticità. Il buco nell’ozono è tornato ad allargarsi, il riscaldamento globale causa anomalie climatiche con risvolti anche catastrofici, i ghiacciai si sciolgono e il livello del mare si innalza. L’ultima conseguenza è l’aumento delle bollette del gas e dell’energia elettrica, si parla di un 40% di rincaro. Il motivo è presto spiegato: oltre all’aumento del costo di produzione, è aumentata anche la quota che i produttori devono pagare per “compensare” le emissioni di CO2 (anidride carbonica, gas nocivo) che la produzione implica.

Questo si ripercuote sui nostri portafogli, dando alla crisi ambientale un aspetto tangibile. Se però il discorso generale è ormai noto a tutti e impossibile da ignorare, ci sono altre sfumature che, se esplorate, possono dare una nuova dimensione al problema e alla sua comprensione.

Quanto inquina la nostra vita digitale?

Se già la domanda vi stupisce (come è possibile che delle azioni fatte al pc inquinino?), aspettate di conoscere la risposta. La nostra vita digitale inquina eccome! Se per tanti lo smartworking ha rappresentato l’unica via di salvezza per il posto di lavoro durante la pandemia, è necessario sottolineare l’impatto che questo ha avuto sul pianeta in termini di emissioni. Ogni azione digitale che compiamo “si traduce” in emissioni nocive. Ad esempio, mandare una mail vuol dire 50 grammi di CO2 prodotti e immessi nell’atmosfera. Scrollare Facebook sono 229 grammi di emissioni, mentre ogni ricerca su Google “pesa” 0.2 grammi. Tutto il comparto IT vale il 4% delle emissioni di anidride carbonica del mondo e le previsioni fino al 2025 dicono che questo numero triplicherà.

Uno degli aspetti più spinosi riguarda i data center: tenere in piedi questi luoghi che servono a conservare i dati degli utenti ha un alto impatto dal punto di vista ambientale. Solitamente si tratta di enormi stanze piene di pc e altre apparecchiature elettroniche (switch, alimentatori, ecc ecc) che lavorano h24, sempre accese. Elettricità, raffreddamento, videosorveglianza, controllo del livello di ossigeno per evitare incendi: sono solo alcuni degli aspetti che fanno sì che da soli, i data center consumino l’1% dell’energia prodotta nel mondo. Un dato impressionante. I grandi player tentano di correre ai ripari “compensando” le emissioni impiegando energie rinnovabili (come ha fatto Microsoft) o investendo sulle alternative (come Amazon). Si tratta però di un percorso lento e graduale che darà i suoi frutti (si spera) nel futuro, ma non risolve nell’immediato.

emissioni raee

Il ruolo delle aziende nel problema delle emissioni

Il primo argine deve essere costituito dalle aziende che devono adottare comportamenti più virtuosi. Come vi avevamo già detto quando vi avevamo parlato dei RAEE e dell’obsolescenza programmata, è necessario che i dispositivi elettronici abbiano una vita più lunga e siano più facilmente riparabili. L’impiego di materiali riciclati e riciclabili deve diventare consuetudine, così come rivedere le normative sulle garanzie e la “convenienza” delle riparazioni rispetto all’acquisto del nuovo. Una spinta ecologica potrebbe venire dalla normativa allo studio dell’UE sull’uniformità dei caricabatterie. Si vorrebbe imporre alle case costruttrici di adeguarsi e rendere i jack di ricarica tutti uguali, per ridurre il numero di caricatori nelle case. La strada per arrivare a un accordo è però ancora lunga.

Le piccole aziende possono, per iniziare a fare la propria parte, utilizzare dei data center più geograficamente vicini alla propria sede. Le emissioni si abbassano se la distanza che i dati devono coprire si riduce.

Cosa possono fare gli utenti

Anche gli utenti possono fare moltissimo. Forse, sono coloro che possono fare più di tutti perché le azioni più semplici e immediate si possono tradurre in vantaggi subito tangibili. L’agenzia francese per la transizione tecnologica ha diffuso un decalogo di best practices molto semplici, ma che fanno la differenza. Vediamole.

  • Ripulire le mailing list e rimuovere gli allegati da un messaggio a cui si sta sta rispondendo, se non necessari.
  • Ottimizzare le dimensioni dei file che si inviano: file compressi, immagini e pdf a bassa definizione sono da preferire, quando possibile.
  • Considerare l’utilizzo di siti di archiviazione temporanea (vi abbiamo parlato qui di Dropbox e le sue alternative) piuttosto che inviare come allegato, soprattutto quando ci sono più destinatari.
  • Archiviare e utilizzare quanti più dati possibile localmente.
  • Archiviare solo ciò che è necessario nel cloud.
  • Spegnere la videocamera durante le call se non è strettamente necessario.
  • Disabilitare le funzioni gps, wifi, bluetooth sul telefono o il tablet quando non lo si utilizza, oppure mettere in modalità “aereo”.
  • Collegare la propria attrezzatura (computer, stampante, box, ecc.) a una ciabatta commutata e spegnerla quando non serve.
  • Rendere facile e piacevole la lettura di un documento sullo schermo, cosicché il ricevente sarà meno propenso a stamparlo.
  • Disiscriversi dalle newsletter che non interessano e cancellare dalla casella di posta i messaggi che non servono.

Si tratta di azioni molto comuni, facilmente attuabili, ma che possono veramente fare la differenza. Vi abbiamo convinto? Provateci!